fra carlo 
il monaco santo di cusano 
la vita - le opere - i miracoli
 
 
 
 
 
 
 
XVII 
Elogio funebre  
di Fra Carlo da Cusano Mutri  
morto nel dì 16 marzo 1878  
 
(Letto nella chiesa di S. Nicola la mattina del 17 marzo 1878 dal Rev. Don VINCENZO FIORE, parroco della chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo).  
Fra tanta mestizia e tante lacrime per la morte inaspettata del carissimo nostro fratello Carlo, alcantarino, nostra guida e conforto, io vengo a pregarvi di trattenere per poco le lacrime, adorando il divino volere che tutti condanna con  
quella sentenza: Statutum est amnibus hominibus semel mori. (1)  
Infatti in tutto il creato vi sono tre regni: ciascuno ha una legge particolare in quanto alla morte, e questi tre regni sono: Coelestium, terrestrium et infernorum. (2) La legge del regno del cielo è questa: che niuno in quel felice regno morrà e che tutti coloro, che sono in esso, vivranno in eterno: Justi autem in perpetuum vivent. (3) La legge del regno infernale condanna tutti questi infelici ad una perpetua morte, da cui sono sempre consumati: Mors depascet eos. (4) La legge finalmente di tutta la terra condanna tutti quelli che vivono in essa a morire : Statutum est amnibus semel mori.  
Per questa costante ed immutabile legge o sentenza, fata dalla SS.Trinità, sono condannati tutti gli uomini a morire. Ma voi, o signori, eruditi della sacra Scrittura mi dite che questa legge o sentenza di Dio non è stata costante, perché si legge nella Genesi che Enoc fu trasportato in cielo, e nella sacra istoria dei re si legge che Elia, trasportato da un cocchio di fuoco, ascese al cielo.  
No, risponde S.Gregorio, perché benché Enoc ed Elia non siano ancora morti, nulladimeno non potranno evitare la sentenza di morte. Tal verità, tanto eminente, aveva il nostro fratello Carlo, alcantarino, sempre nella mente e nel cuore; cioè una viva memoria della morte. Questa dunque gli faceva praticare tutte le cristiane virtù, che io vi accennerò brevemente, tenendo presente la sua vita che dobbiamo imitare.  
Voi ben conoscete, o signori, quanto in me prevalga il desiderio di giovarvi e piacervi; epperò brevità vi prometto. Prestatevi intanto benevoli, come solete, alle mie parole, mente os meum patet ad vos; cor meum dilatatum est.(5)  
Nacque il nostro fratello Carlo alcantarino addì 16 marzo 1818, dai coniugi Donato Vitelli e Cristina Mongillo, di costumi patriarcali; fu tenuto al sacro fonte e fu nominato Giuseppe. Cresceva nelle cristiane virtù; era di fisionomia bella, aperta, intelligente. Bello era vedere questo giovanetto Giuseppe così devoto, così docile, così pacifico.  
Spesso meditava le massime eterne, e le insegnava a' suoi compagni che attualmente lo attestano. Amava tutti, e si faceva tutto a tutti, Mai fu veduto prendere parte nei piaceri, benché innocenti. Parlava la lingua del santo timore di Dio, praticando carità con tutti. In una parola, egli esercitava tutte le cristiane virtù in questa tenera età, perché spesso meditava il fine dell'uomo.  
E qui permettetemi, o signori, che io vi dica: Se la filosofia, secondo Aristotile, è la cognizione delle cose come sono, ossia se la filosofia è la scienza applicabile alla natura delle cose, certamente il grande della filosofia è la meditazione della morte, e la frequente meditazione di essa ci insegna tutto essere fragile e transitorio sotto il cielo: e però il tutto si deve porre da noi in non cale per esercitare le opere di penitenza e di virtù cristiane, e per acquistare cose divine ed eterne.  
Questa viva memoria della morte aveva sempre nella mente e nel cuore il nostro fratello Carlo alcantarino; e nella sua piccola stanza, essendo frate, non si vedeva altro che ben dipinto un teschio di morte. Per tal memoria, della morte, dalla tenera età si astenne dai piaceri anche innocenti, e non bramava altro che chiudersi in un chiostro per meditare, per meglio esercitare atti di virtù cristiane, e per mettere in salvo l'anima sua. Per la qual cosa spesso spesso ne pregava i suoi genitori ed i fratelli, ai quali dava esempio di virtù cristiane. Infine, dietro tante sue preghiere, i genitori acconsentirono, e fu ammesso fra i minori osservanti di S.Francesco nel convento di Sepino, ove per lo spazio di anni cinque fu a tutti quei frati modello di virtù, ed in particolare di carità e di ubbidienza; per menare una vita più penitente e più ristretta, bramava essere tra i frati alcantarini, che hanno regole più severe. Fece questa preghiera a Dio, e ottenne di essere ammesso tra questi frati nel convento di Santa Maria Occorrevole di Piedimonte d'Alife, ove si ammirava per la sua umiltà con tutti, e per essere assiduo all'orazione.  
Uscito poi dal noviziato, non si indignava mai quando era comandato ai servizi più umili, prestando pronta ubbidienza ai suoi superiori. Ora serviva nel chiostro, ora nella mensa, ora in cucina; alle volte girava per l'abitazione a chiedere la carità con tanta umiltà e belle maniere, che tutti edificava.  
Signori, questo frate sapeva bene che Dio non è accettatore di persone, né di luoghi, e che le dignità non sono guardate da Dio: ma le sole virtù, il cuore contrito ed umiliato. Conosceva bene che quando più l'uomo è avvilito in terra, tanto più sarà caro a Dio in cielo. Con tali sentimenti serviva allegramente, senza mai disprezzare il suo umile uffizio. Egli bramava sempre più penitenza, e la ottenne da Dio; perché bramava di patire, ebbe un male al piede sinistro, e soffriva spasimi intollerabili: dolore come di tagliente scure, come sega addentata che rode e sparte, come di acuto ferro, spinto, ritratto e scosso, e di nuovo spinto nel duro legno. Egli, come Giobbe, era trafitto dai dolori, permettetemi, o signori, che io lo dica. Quindi, calmati questi sì acerbi spasimi, fu per lo spazio di anni venti con questo male al piede, e camminava non senza qualche dolore.  
Niente vi dico della sua umiltà ed ubbidienza alle leggi del Governo, e quando di notte uscì dal convento di Mirabella; e questo fu un atto di gran prudenza per non far sollevare il popolo, che tanto lo amava e lo teneva come un Santo che ne dette prova.  
Fu quindi costretto a rimpatriarsi, ed ebbe stanza alle Grazie.  
La viva memoria della morte, che sempre aveva in mente, gli causò un dolore al cuore, e poteva dire con Davide: potum meum fletu miscebam.(6) Gli accrebbe affetto all'umiltà, al digiuno ed ad altre mortificazioni del corpo: Humiliatum in jejunio animam meam. (7)  
Lo mosse finalmente a vigilare ed ad orare: media nocte surgebam ad conditendum tibi.(8)  
Questa viva memoria della morte lo eccitò tanto alla carità verso il prossimo. E qui concedetemi licenza che lo taccia, o signori, perché in questo giorno di lutto e di pianto veggo io gareggiare uomini e donne per essere tromba sonora della carità del frate Carlo alcantarino a beneficio del prossimo.  
La carità del frate Carlo tocca a noi svelarla, dicono tanti peccatori, perché dai suoi occhi sgorgavano amare lacrime nell'avvertirci, e queste lacrime con parole salutari cambiavano i nostri cuori, da mostri d'inferno in tante stelle di paradiso.  
La carità del frate tocca a noi decantarlo, dicono tanti poveri, perché noi nelle nostre miserie ed affanni correvamo alle Grazie, ed egli ci satollava con le sue elemosine; ed oh! quante volte il frate si privava del pane necessario a se stesso, per darlo a noi, e ci consolava nei nostri affanni.  
La carità del frate, dicono altri uomini, spetta a noi decantarla, perché a noi fu di sollievo nelle nostre infermità e ci fece ottenere la grazia della guarigione.  
La carità del frante, dicono molti, spetta anche a noi svelarla, perché noi essendo bistrattati, oh! quante volte fummo alle Grazie ed egli ci consolò: Fu nostro padre, nostro fratello, nostro amico vero, nostra guida; produsse la pace nell famiglie, ove prima era l'odio, la guerra e la maledizione di Dio. Diede a noi quella pace che il mondo non può dare. In una parola si faceva tutto a tutti per lo spazio di anni 12, ove dimorò con noi alle Grazie. Fu per anni 42 religioso amato e stimato come un santo, in tre provincie, per le sue virtù e in particolare per la sua carità.  
Per tali virtù ebbe da Dio un certo dono di profezie. Io qui per amor della brevità non fo parola di queste, ma non voglio omettere che un giorno io assistevo una donna che era per morire, avendo chiari segni di prossima morte. Venne il pio frate alcantarino, il quale, inginocchiato, fece una fervida preghiera e poi mi disse: Voi, o parroco, potete partire, perché questa donna non morrà. Infatti la buona donna vive attualmente.  
Nel giorno 27 novembre 1871 con tanta umiltà mi diceva: “Vi prego, per carità, di andare in casa di mio nipote Michele Vitelli, perché è prossimo a passare da questa vita, ma fate presto, non vi fermate per strada a parlare con altri” Io corsi alla casa indicata: trovai l'infermo sul letto e, benché non avesse chiari segni di morte, nulla di meno dopo circa un'ora morì, baciando e ribaciando il Crocifisso.  
Qual meraviglia è, se il popolo di Cusano ha come pubblica sventura la perdita di frate Carlo? Qual meraviglia, se il popolo corse subito alle Grazie ieri al suono funesto delle campane che annunziavano la morte inaspettata del frate Carlo?  
Si vide subito radunato il Clero delle due parrocchie, le due congreghe cioé quella del SS. Nome di Dio e S. Anna, e quella del SS. Rosario e S. Domenico e la banda musicale del Municipio. In una parola, tutti corsero alle Grazie a prendere le spoglie mortali del pio frate per rendergli onori funebri. Quindi in bella ordinanza, con flebili concerti della banda musicale con tutto il Clero e le due congreghe e gran concorso di popolo fu trasportato in questa chiesa di S. Nicola.  
Che meraviglia è, se qui corre tutto il popolo in questa mattina? Che meraviglia è, se si vede la chiesa colma di gente?  
Ieri, adunque, verso le ore due dop mezzogiorno, nello stesso giorno della sua nascita, invocato spesso l'aiuto di Gesù e Maria SS.ma, baciò quel sacrocostato di Gesù e con molta gioia di cuore passò a miglior vita, perchŠ ebbe sempre presente la morte e questa gli fece praticare tutte le virtù cristiane.  
Proseguite, o miei colleghi, o miei fratelli, gli interrotti riti della mesta cerimonia, dite l'ultimo vale alle ossa del fratello alcantarino, sfogate col pianto la interna doglia che vi affanna, ma non vi lusingate di vederlo più in questa chiesa pregando per noi tutti, non vi lusingate vederlo facendo in ogni anno festa tanto splendida alla Santissima Vergine del Buon Consiglio. Ormai è cittadino del cielo.  
Addio, o fratello Carlo alcantarino, la tua memoria non si cancellerà mai dal nostro cuore. Una sola cosa ci affanna, ed è che la tua tomba non può essere in questa chiesa. Perdona, o carissimo fratello Carlo, non è colpa dei tuoi devoti, né dei sacerdoti che ti rendono funebri onori, quali sogliosi rendere ai servi di Dio. Sappi, o fratello, che il nostro cuore è una tomba che chiude le tue dolci e belle rimembranze.  
Riposate, o ossa benedette, e noi verremo alle Grazie a baciare le pietre della vostra tomba e a deporre le nostre lacrime e i nostri fiori.  
Riposate, ossa benedette, riposate in pace ed aspettate fiduciose la vostra risurrezione. Ma prima dell'ultimo giorno, forse, altri luoghi o altre urne vi reclameranno.  
E tu, o padre alcantarino, che hai celebrato l'incruento sacrificio della Messa, applicando il merito infinito del preziosissimo sangue di Gesù Cristo per lui, ti conforta. E chi sa che questo tuo sacrificio abbia sciolto quell'anima benedetta al volo per i cieli, e vada a riposare nel seno di Dio, ove pregherà, come ha sempre pregato qui in terra, per noi tutti e particolarmente per noi sacerdoti?  
Prega, sì prega per noi sacerdoti, perché tu ben conosci quanto è malagevole l'ufficio che noi esercitiamo in tanta nostra debolezza e miseria.  
Prega, adunque, per noi tutti per farci arrivare al sicuro porto del cielo. Così sia!  
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(1)-E’ stabilito per tutti gli uomini di morire una volta  
(2)-Celeste, terreste e infernale  
(3)-I giusti, invece, vivranno in eterno  
(4)-La morte li consuma  
(5)-La mia bocca vi parla; il mio cuore è aperto  
(6)-Mescolavo col pianto il mio bere  
(7)-Umiliavo col digiuno la mia anima  
(8)-Nel mezzo della notte mi alzavo a pregarti  
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UN FIORE POETICO in morte di   
FRA CARLO  DA CUSANO MUTRI  
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Dalle stellate e fulgide  
Sedi dell'alto Cielo  
Talor discende un'anima  
E piglia umano velo.  
Per dare al Mondo esempio  
Di nobili virtù.  
Tal fosti, o Carlo, semplice  
Fratello Alcantarino,  
In cui si vide splendere  
Lo spirito divino  
Con sì sereno auspicio,  
Che non potea di più.  
De' suoi begli anni giovani  
Nel natural rigoglio  
Voltò le spalle al tumido,  
Stolto, mondano orgoglio,  
E all'umiltà dell'eremo  
Volse la mente e il cor.  
Del chiostro nel silenzio  
A' sacri riti intese:  
E tal celeste grazia  
Nell'alma sua discese,  
Che spesso parve estollersi  
In estasi d'amor.  
Umile in tanta gloria  
Qual gi… restar dovea,  
A dar soccorso al prossimo  
Sollecito accorrea;  
Ed agli afflitti balsamo  
La sua voce sembrò.  
Non sogghignate, o increduli,  
Se per le preci sue  
Talor degnò l'Altissimo  
Far scomparir la lue,  
Che gli egri corpi a rodere  
Maligna incominci•.  
Chi fe' dal nulla sorgere  
Questa universa mole,  
Non può a suo senno reggerla  
Così com'Egli vuole?  
Non può frenarne o spingerne  
Il corso a suo piacer?  
Ah! sì: della stoltizia  
Qui mal si cela il tarlo.  
Può a tutti Iddio concedere.  
E a te concesse, o Carlo,  
Degli egri a benefizio,  
Parte del suo poter.  
Oh! quante e quante lacrima  
Tergesti a madri afflitte,  
A bisognosi poveri,  
A donne derelitte,  
Ad orfanelli miseri,  
Ch'ebbero un padre in te!  
Ed ora che nell'Empireo  
Quel Sommo Ben ti godi,  
A cui sapesti porgere  
Preci continue e lodi,  
Ne' nostri cor, deh! sucita  
Speranza, Amor e Fe'.  
(Geremia Can. Fiore)  
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P R E G H I E R A   
O Dio misericordioso, che con la vostra grazia, vi degnaste  
di conservare il vostro servo Fra Carlo puro di cuore ardente  
di carità, esaudite, vi supplichiamo. le nostre preghiere e,  
se è nei vostri disegni che egli sia glorificato dalla  
Chiesa, dimostrate la vostra volontà concedendoci le grazie  
che vi domandiamo, a sua intercessione, per i meriti di Gesù  
Cristo, nostro Signore. Così sia.  
Un Pater, Ave, Credo  
con approvazione ecclesiastica  
 
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BIBLIOGRAFIA   
  • Sul Servo di Dio, Fra Carlo di S. Pasquale, esistono le seguenti fonti di notizie o documentazioni:  
  • -Rev. D. VINCENZO FIORE, Elogio funebre in morte di Fra Carlo. L'esemplare in stampa è conservato nella Curia diocesana di Cerreto ed è riportato in appendice nel presente lavoro.  
  • -Can Prof. GEREMIA FIORE, In morte di Fra Carlo di Cusamo M. Componimento poetico in dieci sestine, unito al detto elogio f.  
  • - P. LOPOLDO IAZZETTA, Vita del servo di Dio Fra Carlo di S. Pasquale, Tip. Italiana, Napoli, 1948.  
  • -P. BONAVENTURA VACCHIANO, Brevi cenni della vita del servo di Dio Fra Carlo di S. Pasquale. Napoli, 1966. E' un sunto tratto dall'opera del padre Iazzetta.  
  • -P. FERDINANDO DIOTALLEVI, Viole mammole, Ist. Tip. Edit. Venezia, 1950.  
  • -P. LIBERO FOCHESATO, Gloriosa Legione, Tip. "La serafica", Vicenza, 1963.  
  • - P. GIOACCHINO D'ANDREA, I Frati Minori Napoletani nel loro sviluppo storico, Laminzana, Napoli, 1967.  
  • - ARCHIVIO PROVINCIALE, Conv. Santa Maria La Nova, Napoli.  
  • -DANTE B. MARROCCO, Il Vescovato Alifano nel Medio Volturno, Tip. Laurenziana, Napoli, 1979.  
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